Art

Arte e digitale a confronto nella mostra “Clumsy and Milky: encoding the last quarter of a pose”.White Noise Gallery

Come reagisce l’arte alla rivoluzione dei linguaggi di comunicazione e all’ascesa del nuovo cerimoniale digitale?

Questo interrogativo è il fulcro di “Clumsy and Milky: encoding the last quarter of a pose”, la prima personale romana di Michele Gabriele, che inaugura il 7 giugno nella nuova sede della White Noise Gallery a via della Seggiola, 9. La mostra dell’artista milanese presenta un allestimento di opere inedite curate dal progetto Something Must Break.

Le sculture concepite per questa mostra vivono costantemente in posa, ossessionate dalla necessità di mostrare sempre il loro profilo migliore. Opere d’arte che si realizzano solo nel momento in cui sono in grado di mostrarsi al meglio, come modelle/avatar che esistono solo su Instagram.

Ognuna di esse è concepita in modo da apparire sempre di tre quarti: solidi sfaccettati ed irregolari in una perenne prospettiva accattivante, indipendentemente dal punto di osservazione. Quello che si crea è un percorso fatto di opere patinate, intente ad ammiccare lo spettatore con il sorriso perfetto ed artefatto di una reginetta di bellezza. Il rapporto fra scultura e spettatore si trasforma e diventa simile a quello fra una teen-star ed un fan esigente: il fruitore ossessionato dall’idea di vedere il suo idolo con l’espressione perfetta del suo ricordo e le opere che reagiscono, pronte, per non deluderlo mai.

Le sculture esposte, evoluzioni semi-organiche di oggetti della nostra quotidianità, diventano reperti archeologici di un futuro non ancora scritto. Frammenti di oggetti che sembrano ready-made di un mondo distopico e che rinunciano a qualunque legame con il loro passato. Questi reperti non raccontano la storia del loro tempo ma anzi galleggiano in una narrazione indefinita.

Risultato straniante dell’incrocio fra un geode, un vecchio elettrodomestico pescato da un’isola di plastica ed una stalagmite calcarea, sono opere in cui sembra quasi sparire il lavoro fisico dell’artista, come fossero il prodotto di una Natura altra, aliena, dominata dal caso.

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