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MACE: IL DISCO, LE VOCI, IL VIAGGIO CONTRO LA PAURA

Maya è un’antica parola indiana che significa illusione, l’illusione umana di conoscere la realtà e, non a caso, è il titolo dell’ultima fatica discografica di Mace che il 18 ottobre si esibirà per la prima volta al Forum di Assago. Sedici tracce, ventotto voci a cui l’artista ha dato modo di interconnettersi, decostruendo l’idea di fare musica “industrialmente” e solo per sé stessi, riunendo musicisti, autori e cantanti nelle campagne Toscane, dando vita all’album dell’anno.

La musica è condivisione e Mace crea esperienze collettive che conducono altrove, verso sonorità che sperimentano l’immensa bellezza di ciò che non si può toccare ma sentire con ogni particella corporea. Parlare con Mace significa immergersi nel suo viaggio nonostante non ami parlare di musica perché “è una fruizione troppo personale, bisogno ascoltarla e basta”, e noi, dopo aver consumato OBE, album che ha lasciato un segno profondo nella memoria collettiva e ha consacrato artisti come Blanco, abbiamo accolto Maya come si accolgono i regali bellissimi e inaspettati, squisitamente introspettivo, sperimentale, al tempo stesso pop, nel senso più bello del termine: condivisione e processo creativo corale rendono l’album un connubio tra il genio artistico di Mace, 15 splendidi strumentisti Italiani, ventotto voci, mescolando perfettamente emergenti e super big per creare la magia. Un viaggio contro la paura tra le campagne Toscane e l’inaspettato risultato finale, figlio della condivisione totalizzante durante la fase creativa. Abbiamo avuto il piacere di incontrare Mace, ecco cosa ci ha svelato sul suo nuovo album:

 

  • Decostruire le fasi di scrittura significa tornare al principio di ciò che dovrebbe essere la musica, ovvero condividere e settarsi sulle stesse sensazioni o addirittura far convivere sensazioni diverse. Vorrei sapere rispetto alla tua idea di produrre l’album, la risposta degli artisti coinvolti.
  • Io volevo che fosse un disco molto collettivo e che nascesse non solo dalla mia testa, ma dall’interazione di molte persone che vivessero insieme 24h, ho raccolto i musicisti più bravi che conosco e i cantanti a cui sono più vicino e siamo rimasti per molti giorni in un casale in Toscana nelle campagne di San Gimigliano ed è stato stupendo, abbiamo vissuto, dormito e mangiato lì, suonando dalla mattina alla sera fino a notte inoltrata, lo studio era sempre in registrazione. Questo nuovo modo di viversi in profondità rispetto alle sessioni in studio, dove si lavora insieme solo una giornata intera al massimo, chiaramente ti immerge in un mondo di condivisione completo e fa nascere la musica con uno spirito radicalmente diverso. È stato molto bello per tutti.

 

  • Come si è strutturata la fase creativa?
  • Un tempo i dischi nascevano così perché c’erano molte più band e collettivi, e si viveva spesso l’idea di stare tanto insieme. Ad oggi, in un mondo iperconnesso, siamo sempre più distaccati, ognuno per fatti propri. In questo caso per me era importante non solo lanciare un messaggio, ma vivere un’esperienza. È stato molto profondo, e tutti i presenti hanno sviluppato il desiderio di lavorare così anche in futuro.

  • C’è stato qualcuno dei musicisti e artisti che hai chiamato che ha avuto qualche reazione negativa o straniante rispetto alla tua idea di produrre l’album in questa maniera?

  • No, perché i musicisti hanno molto meno ego rispetto ai cantanti, sono abituati a suonare in gruppo e mettono le loro capacità al servizio di una squadra e non vedevano l’ora di avere l’occasione di vedersi e stare insieme tutto il giorno al solo scopo di suonare, un misto tra una comune e una vacanza di gruppo. Per quanto riguarda i cantanti, nonostante io abbia inserito 28 voci nel disco, in queste sessioni in Toscana ho invitato solo gli artisti su cui andavo a colpo sicuro, quindi è stato tutto molto organico.

 

  • Quando hai deciso di scrivere l’album avevi già l’idea precisa di come scrivere i brani, uno schema o un’idea di fondo?
  • È nato dal nulla, ho evitato in tutti i modi di partire con delle idee precise, sapevo il processo con cui volevo creare ma non esattamente cosa volevo dal disco; quindi, a volte partivamo da un giro d’accordi, da un’idea, o magari dalla descrizione visiva di una scena, pensando di doverla musicare, il tutto materializzandosi da zero, dalla comunione e dall’inter-play di tutti noi. Ho imparato a evitare il controllo, perché nei miei dischi precedenti spesso chiamavo i musicisti ad abbellire quello che avevo fatto già io, ora invece volevo che nascesse tutto insieme.

  • Evoluzione naturale. Cosa sei riuscito a lasciare andare da OBE a Maya e cosa invece ti sei portato dietro? Voglia di cambiare o crescita?
  • Come ti dicevo prima ad oggi ho l’esigenza di vivere la musica in una maniera collettiva, mi ero stufato delle sessioni in studio che trovo limitati, non solo dal punto di vista musicale, ma anche esperienziale. Voglio vivere le persone con cui condivido quello che più mi piace, è un’esigenza personale. Ho ripreso tutto da dove ho lasciato OBE, ed è stato cruciale decidere di non chiamare i musicisti solo ad abbellire il mio lavoro, volevo che lo concepissimo insieme. Il mio ruolo è simile a quello di un regista, con a disposizione dei talenti incredibili da dirigere, ma so di aver lasciato anche molto spazio all’improvvisazione di questi attori, ed è per questo che ho imparato a non andare solo io in una direzione ben precisa ma a dare libertà dopo l’input iniziale.

 

  • In un album con ventotto voci, nei testi ti sei affidato soltanto agli altri o c’è qualcosa che hai voluto raccontare tu?
  • Io non scrivo testi, se sono in studio do degli input, perché chiamo sempre persone che scrivono le loro parti, è importante avere una connessione con gli artisti, chiacchierare tanto e imparare a conoscere le persone: ciò che si dice prima e quello che poi si va a scrivere in seguito, è frutto dell’influenza ambo le parti; anche se non scrivo, c’è sempre po’ del mio viaggio nei testi. Fornisco sempre indicazioni sull’album, su che tipo di argomenti mi piace trattare e dico sempre a tutti di cercate di produrre un disco che, se riascoltato dopo un po’ di anni, suoni ancora bene. Non deve essere tutto un trattato di filosofia, ma, anche nella leggerezza, l’utilizzo delle parole è importante.

  • Quanto influisce la componente del viaggio all’interno del tuo ultimo album?
  • Penso che il viaggio sia la componente principale di tutto quello che faccio. Cambia il modo di pensare, il modo operativo alla base, il tuo modo di agire e di concepire tutto quello che fai e di conseguenza la musica, quindi è fondamentale per me. Ho sempre cercato di evitare i cliché, ovvero inserire forzatamente nella mia musica ciò che ascolto nei viaggi. Mi riempio di suoni e approcci diversi e cerco sempre di farlo completamente in maniera mia. Senza dubbio viaggiare pone in una situazione non di comfort, ti mette difronte al dover risolvere problemi, a dover agire in un’altra maniera attraverso culture e sistemi di pensiero differenti.

  • Quale significato ha per te Maya? Sia dal punto di vista etimologico ma anche “spirituale”.
  • Maya è un’antica parola indiana che significa illusione, l’illusione della realtà. L’uomo, con i propri sensi, la propria mente, la propria autocoscienza, è limitato. La realtà è una nostra proiezione, gli indiani la chiamano la grande illusione di sentirsi come esseri separati l’uno dall’altro, invece tutte le filosofie orientali sostengono l’interconnessione tra gli elementi. Questo è un concetto che mi piace molto perché rappresenta il modus operandi dell’album connesso e legato, e rappresenta molto la mia visione del mondo. Nonostante il disco sia collettivo, il trait d’union sono io, quindi ho voluto dare un titolo molto personale ad un’opera cosi collettiva.

  • Le connessioni artistiche viaggiano sui fili invisibili dell’empatia, immagino sia stato questo uno dei motori che ha spinto alla scelta artistica dei musicisti e delle guest. quali connessioni si sono create verso la fine della creazione dell’album?
  • Sono diventato molto amico dei musicisti. Con alcuni già ci conoscevamo, si è creata un’alchimia molto forte, e sono diventati la mia band del tour, che ho portato in giro con OBE e anche per il Forum d’Assago ad ottobre. Questo modo di vivere le cose, in maniera intensa e gioiosa, ha creato un nuovo nucleo familiare. È stato molto bello umanamente lavorare con tutti gli emergenti con cui ho lavorato, i big sono estremamente preparati ma spesso sembra che abbiano perso l’entusiasmo, per l’emergente, invece, è tutto nuovo e quindi diventa molto contagioso vedere le cose con gli occhi di un ventenne, con tanto entusiasmo e tanta gratitudine. La sfida principale era riuscire a mettere artisti giovanissimi sullo stesso piano dei super big, dato che alcuni emergenti non hanno nulla da invidiare.

  • Da la Canzone Nostra con Blanco, ad oggi, vieni considerato un grande artista che supporta la musica emergente. Il panorama italiano ha acceso un faro su Centomilacarie dopo la pubblicazione del singolo “non mi riconosco”. Hai mai avuto paura di sbagliare “scelta”?
  • Scelgo a mio gusto personale, non esiste l’errore se non ti poni risultato, l’obbiettivo non è arrivare primo in classifica ad ogni costo ma lavorare con artisti che apprezzo, godendomi il processo di stare in studio con queste persone. Pochi giorni prima che uscisse il disco avevo un sentimento di irrequietezza e insoddisfazione perché non sapevo come sarebbe stato percepito un nuovo lavoro. Riguardando i video che abbiamo girato in Toscana ho pensato che il risultato sia essere stati così bene, ne è valsa la pena anche rispetto al modo in cui l’abbiamo fatto, il discorso si applica anche agli emergenti: se chiamo un ragazzo molto giovane, lo chiamo perché ha talento e personalità, ed è questo che cerco. Se mi piace anche starci in studio e mi piace la musica che facciamo insieme è solo quello che conta.

  • Appassionato di meditazione indiana e di psichedelici: hai un forte desiderio di connetterti con te stesso?
  • Il mondo della meditazione e della psichedelia sono ben separati, poi nel mio caso hanno fatto parte del viaggio. Ci tengo a precisare che le due cose non vanno sovrapposte, è una questione di mio percorso personale. Sono una persona estremamente curiosa, e nella vita ho sempre cercato di fare più esperienze possibili e, con il tempo, ho capito di voler andare ancora più a fondo, muovendo piccoli passi verso un universo sconfinato per poter andare oltre. Sono sempre stato affascinato da ciò che ci porta via dalla realtà quotidiana, dal mondo dell’introspezione, dai mondi metafisici, è un’indole personale.

 

  • La paura è intesa come scoperta di sé, e quindi anche legata al concetto di conoscere i lati peggiori?
  • Le cose che di te non ti piacciono le conosci, è bello scoprire dei modi per accettarle o addirittura curarle. Per me le esperienze psichedeliche sono state un concentrato di auto terapia per affrontare i traumi sotto una nuova luce. In ogni caso sono sempre state per me esperienze estremamente positive.

 

  • Chi decide cosa scrivere in un progetto così corale?  Voci eteree come Joan Thiele e Althea e connubi come Gemitaiz e Salmo, sono solo alcuni degli accostamenti proposti in Maya. come crei queste connessioni artistiche e che significato hanno per te? 
  • Sono sempre io a proporle, dato che spesso gli artisti vengono identificati con il percorso musicale fatto, escludendo a priori l’idea di poter fare altro; a me piace mescolare le carte, lavorare per contrapposizioni, quindi agire d’istinto e scoprire, durante la creazione dei brani, gli accostamenti che mi vengono in mente in maniera del tutto naturale, artisti che magari non hanno mai collaborato tra loro. A me viene spontaneo chiamarli, mediamente sono tutti contenti di poter fare delle cose fuori dalla loro comfort zone. Oppure a volte penso ad un artista che mi piace e mi viene voglia di sentirlo su una roba diversa. Il motore è spesso mosso dalla curiosità personale, non penso mai al risultato, ma credo sempre di dover essere soddisfatto: ecco spiegato Mengoni sul pezzo soul anni ‘60.

 

  • Se dovessi descrivere l’album con una sola parola quale sarebbe?
    E se lo dovessi spiegare a un bambino/anziano? 
  • Gli direi di ascoltarlo, non ha mai avuto troppo senso parlare di musica, è una fruizione troppo personale, bisogno ascoltarla e basta.

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